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IL MANIFESTO September 26, 2010 Le Nove sinfonie, una prova d'autore Andrea Penna Una conclusione davvero trionfale per il ciclo delle nove sinfonie di Beethoven presentate a Roma nell'arco di venti giorni (2-24 settembre) dal direttore tedesco Kurt Masur, alla testa dell'Orchesta dell'Accademia di Santa Cecilia Dieci concerti, due per programma, quasi sempre esauriti, per un'interpretazione in continuo crescendo che ha offerto il meglio nei due ultimi appuntamenti, con le quattro ultime sinfonie. Masur, spesso ospite di Santa Cecilia negli ultimi anni, non aveva mai aveva trovato una così profonda intesa con la compagine romana: la qualità dell'orchestra, che particolarmente nel settore dei fiati e degli ottoni non ha rivali in Italia, ha permesso a Masur, che pure non nasconde gli affanni dell'età, di tracciare in pienezza il proprio disegno interpretativo. Tempi distesi e spesso molto ampi, volumi di suono poderosi assottigliati con estrema destrezza, dosaggio assai parco del forte e del fortissimo, per una lettura dalle architetture importanti, ma mai incline al colossale o, peggio, al fragore. Evocare il fantasma di una perduta vecchia scuola oggi non ha grande senso, ma senza dubbio Masur non si allinea con la tendenza a inquadrare le sinfonie Beethoveniane in chiave spiccatamente classica, e il suo Beethoven è certamente più un ponte proiettato verso il futuro dell'ottocento romantico che non semplicemente il vertice di una progressione rivoluzionaria iniziata con Haydn e Mozart. Per questo probabilmente le sinfonie più mature gli sono più congeniali. La sua lettura non difetta né in modernità né in fascino, anche perché non rinuncia alle trasparenze ma non ha neppure timore di esaltare le sinuosità romantiche nel canto dei fiati ( portati quasi all'esasperazione nei movimenti centrali della Sesta), esalta con vigore gli affondi tellurici nelle frasi degli archi, persino con enfasi scoperta nella settima come nella nona, e non trascura i tanti bagliori faceti e sarcastici celate nelle pieghe della scrittura beethoveniana. Si tratta di un percorso molto lungo, iniziato a metà degli anni '60, quando Masur, nato nel 1927 a Brieg in Bassa Slesia, oggi territorio polacco, ha affrontato i primi cicli completi di Beethoven a Dresda, ancor prima di diventare il direttore simbolo della musica nella Ddr di Honeker, alla testa della Gewandhausorchester di Lipsia, che ha guidato per ventisei anni Eppure è evidente che per Masur, oggi alla testa dell'Orchestre Nazional de France dopo gli anni di New York e Londra, si tratta di un percorso ancora aperto, come egli stesso conferma: «La musica di Beethoven è una fonte inesauribile di ispirazione e di studio. Tutt'oggi è indiscutibilmente al centro dei miei programmi di docente, nelle masterclass con i giovani direttori. Nessuno può convincermi che un'orchestra che non suona bene Beethoven possa eseguire meglio Stravinskij o Sostakovic Stiamo parlando delle basi, e non mi riferisco soltanto alle 'forme classiche' perché Beethoven è stato un precursore e le sue intuizioni hanno avuto riflesso persino su Schonberg e i suoi contemporanei». In epoca di filologia imperante è interessante la prospettiva che per Masur è quasi un'ossessione: lo studio di Beethoven è sempre andato di pari passo con un esame approfondito delle fonti, per distinguere fra il dettato del compositore e le incredibili falsificazioni realizzate nel tempo dagli editori, le modifiche delle idee'dinamiche, le omissioni di passaggi che sembravano troppo rivoluzionari o ineseguibili. Eppure non tutte le esecuzioni di oggi lo convincono: «Sicuramente anche le orchestre da camera possono suonare la musica di Beethoven, ma solo poche sinfonie si adattano pienamente a questo scopo. C'è anche un problema legato alle sale da concerto, confrontare i nostri audiotorium con le sale di cui disponeva Beethoven è impossibile. E del resto sappiamo che più musicisti poteva avere a disposizione più Beethoven era soddisfatto. Rimane il fatto che la sua concezione del suono, questione che va ben oltre i suoi problemi di sordità, è portata a spingersi violentemente verso il futuro e non a ripiegarsi verso il passato». Anche a proposito del lento scomparire delle scuole direttoriali Masur ha una posizione piuttosto critica: «Il mondo è sicuramente cambiato, eppure certe differenze permangono. D'altronde è come immaginare più attori diversi che leggono ognuno la stessa pagina, fatalmente il risultato sarà diverso, se non altro per il portato personale di ciascuno. Proprio per questo, non condivido la tendenza odierna nel ricercare interpretazioni originali a tutti i costi, particolarmente evidente nel caso di alcuni direttori giovani. Al contrario, credo che essere sé stessi rimanga la chiave per l'originalità: è un punto su cui insisto molto con i miei allievi, perchè attendersi alla comprensione profonda della partitura e del dettato del compositore è la vera strada per produrre un risultato del tutto personale. Anche in considerazione del retroterra culturale che in ogni caso influenza ciascun musicista, e lo rende già di per sé differente, nazione per nazione» «Un problema centrale — aggiunge - è l'enorme importanza che oggi si attribuisce al successo per giustificare una chiave interpetativa: alcuni direttori non sopportano di discutere le proprie posizioni perché confortati dal successo ottenuto. Il compositore non ha scritto per offrire un'occasione di successo al direttore, ma per trasmettere un proprio messaggio. In tal senso esiste un elemento di sacralità, nulla a che fare con la religione naturalmente, che non va tradito, ma che al contrario va rispettato e riscoperto ad ogni esecuzione». |


